DAMA NA: Danze dei Dogon

Il ritmo incessante e ossessivo della techno-music accoglie il pubblico al suo arrivo alla Cavallerizza: il portone del maneggio coperto, il luogo della cerimonia, è rigorosamente chiuso. Sulla soglia un dj, simbolo della nostra attualità, con sapienti gesti compone la martellante colonna sonora del nostro quotidiano, alle sue spalle, stravolti e inaciditi, appaiono frammenti di immagini lontane elaborati elettronicamente, memorie dimenticate appartenenti a una ritualità ancora viva solo nei recessi profondi del nostro inconscio.
Poi… improvvisamente il silenzio. Il suo antico tamburo spezza l’aria, proviene dall’interno, sembra un’eco lontana e irraggiungibile, ma… il portone si spalanca e ha inizio un viaggio a ritroso, un cammino verso le radici dell’umanità, verso le radici di quel suono incessante, ripetitivo che poco prima colpiva le nostre orecchie, ubriacava le nostre teste; verso le radici di quei frammenti che hanno catturato i nostri occhi suggerendo memorie lontane.
Nel cuore dell’Africa, nella Falaise di Bandiagara, da tempo immemorabile gli stessi gesti e gli stessi suoni scandiscono i momenti importanti della vita. “Dama na”, Dama grande: chiude il periodo del lutto e ricrea l’armonia tra gli uomini dopo la morte.
Una cerimonia che, dalla savana, portata nel cuore storico della nostra città, crea un inevitabile cortocircuito, un forte straniamento. Per trovare un linguaggio comune abbiamo preso le loro maschere, i loro graffiti, i volti di Picasso – importante tramite culturale tra l’Africa e noi – e reinterpretato i loro segni che, proiettati come frammenti sull’intero spazio del Maneggio, “vestono” ed amplificano la loro danza. Noi, indigeni di questa savana, abbiamo cercato un filo che ci unisse ai danzatori del villaggio Sanga e alle loro maschere, figlie del disordine e della boscaglia…