Ella

“Ella” è la rielaborazione di un capitolo del romanzo “Verrà il giorno” del 1973 di H.A. Riscritto nel 1978 su commissione di Klaus Peymann, direttore dello Staatheater di Stoccarda il monologo di Ella prende spunto da un modello vivo, la zia omonima, di cui Achternbusch attualmente è tutore.

Nel suo accidentato viaggio verso il silenzio Ella, rimbecillita dalle botte e dalle brutture cui è stata sottoposta fin da piccola, ha progressivamente perso la capacità di esprimersi ma è assolutamente ferrea nel riferire i simboli delle varie gerarchie che la oppressero: il padre, il medico, lo psichiatra ecc. Prende così avvio questo oceano di parole, che registra in moduli scompaginati i ricordi di una memoria sgangherata la quale affastella, scompone, recupera episodi in una assoluta sconnessione cronologica. Quella penuria di verbi, quella penosa ricerca del vocabolo adeguato che non arriva, le scarse tracce di un costrutto sintattico fanno presumere frasi che, depauperate della propria identità, si accavallano l’un l’altra frantumate in un coacervo inestricabile. Sulla scena Josef-il figlio, impersonifica la madre Ella; racconta della propria esistenza, solo/a, fin quando in ultimo il caffè al cianuro da lui/lei preparato ne stroncherà la sciagurata esistenza.

A luce piena l’attore, a cui è richiesta non l’interpretazione ma la più assoluta immedesimazione parlerà di sè, della sua vita fino alla morte. Cinquantacinque minuti scanditi solo dalla rovinosa caduta di legni sul palco intesi come colpi, botte, frastuono di un’anima instabile. Un lavoro sull’attore.