32 tonnellate spinte in cielo ... come se fosse il mare

Giorno. Piazzale Aldo Moro, al centro, su una collinetta di terra, giace - spaccato in due - un gigantesco aereo: un Mercury, 30 metri di lunghezza, 24 di apertura alare, da noi progettato e costruito. Dalla spaccatura esce una colata di lava, copre la terra. Annegate in questa lava figure umane, valigie, poltrone dell’aereo, bauli. Tutt’intorno pezzi del relitto. Il momento del dramma.
Sera. Un passeggero sopravvissuto al disastro; in lui la tragedia si compie poiché resta testimone dell’atroce, lui, che per un analogo scarto, è in vita. Preferito quindi dalla sorte - scarto - restituirà il delirio di una fortuna che non è tale, al contrario, condanna del prescelto.
L’autore tenta di risolvere con la metafora il proprio panico da volo.
Produzione dalla duplice valenza: installazione diurna e spettacolo serale.
Di giorno tutta la drammaturgia dell’opera è racchiusa in un istante, è qui evidente la suggestione di Shakespeare nella battuta di Macbeth: “Se avessi vissuto un’ora di meno avrei vissuto una vita felice”, che riassume tutta la forza della tragedia in quell’attimo - imprevisto - che la determina.
La sera si riscopre l’importanza dell’andata in scena, l’installazione diventa palcoscenico per un percorso narrativo che riacquista compiutezza.